CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE - DI MARIA TERESA VALERI

(un grazie per le foto singole e la prima gallery al sito dell'Abbazia di Santa Maria Maggiorenella persona del parroco don Luigi De Castris; per tutte le altre si ringrazia il Sig. Alfredo Vitale)

frontale

Prossima alle mura di cinta nel versante sud-orientale e alle porte Sanguinaria e Casamari è la splendida chiesa di Santa Maria Maggiore. La chiesa è attestata nei documenti d’archivio nel 1251, quando viene nominato Alessandro, canonico della chiesa di S. Maria Maggiore [Les Registres d’Innocent IV,  ed. E. Berger, Paris 1884-1921, vol. II, n. 4994; vol. III, n. 6748].

Le fonti ottocentesche informano che essa venne costruita dai Cistercensi e consacrata nel 1121, a un anno dalla conclusione dei lavori di costruzione; alla chiesa, riedificata sui ruderi di un precedente edificio, era annessa la residenza vescovile [G. BONO, Storia di Ferentino illustrata e narrata da Giacomo Bono, ms. BAV, cod. Lat. Vat. 14069, pp. 173v., 211]. La tradizione locale vuole che la chiesa sia stata edificata dai cistercensi grazie alle offerte generose del Comune e di Federico II di Svevia nel XIII secolo. Che il Comune abbia contribuito alla costruzione dell’edificio è documentato nella rubrica 81 del V libro degli Statuti medievali del Comune di Ferentino, in cui si stabilisce per la manutenzione della chiesa l’elargizione annuale di cento solidi, tratti dai proventi comunali [Statuta civitatis Ferentini, a cura di M. VENDITTELLI, Roma 1988, pp. 208-209].
 La chiesa, a pianta rettangolare, venne costruita sull’area di un antico terrazzamento poligonale, sul cui limite meridionale poggiano i pilastri della navata destra. In età paleocristiana l’area fu occupata da luoghi di culto cristiano, come si è visto in occasione dei lavori di restauro effettuati negli anni 1977-1984 [L. UNGARO - R. MOTTA, La Chiesa di S. Maria Maggiore nella storia di Ferentino, 1986, pp. 7-27]. In tali lavori sono venute alla luce le fondazioni di due edifici absidati, con orientamento opposto a quello della chiesa attuale, databili probabilmente ai secoli del tardo-antico e dell’epoca altomedievale. Inoltre, inglobate nelle strutture di fondazione della chiesa attuale sono emerse tracce di un’abitazione romana (IV-V secolo), cui, forse, può far riferimento un’epigrafe mutila contemporanea e conservata nella medesima chiesa. Dal testo dell’epigrafe si ricava la dedica di Gaio Valerio in memoria della moglie, morta a trentaquattro anni e dieci mesi, che aveva ricostruito a sue spese un edificio, distrutto durante una terribile persecuzione, probabilmente quella dioclezianea del 303 d. C. Si riporta la trascrizione dell’epigrafe con la integrazione delle parti mancanti a cura del prof. Heikki Solin:


[Illa quae basilicam saevis]SIMA PERSECVTIONE DERVTA(m) DE SVIS PR[opriis (sumptibus) refecit - o curavit o simili - vixit an]N. XXXIIII, M. X. VALERIVS CAIVS MARI[tus coniugi] DVLCISSIME FECI

[H. SOLIN, Nuove iscrizioni paleocristiane di Ciociaria, in Il paleocristiano in Ciociaria, Atti del Convegno di Fiuggi , 8-9 ottobre 1977, Roma 1978, pp. 128-131].

Immagini dal sito dell'Abbazia di S. Maria Maggiore

Particolari della facciata

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smmL’epigrafe e i resti archeologici rinvenuti sotto il pavimento della chiesa consentono di ipotizzare nell’area occupata dalla chiesa di S. Maria Maggiore il sito della prima domus ecclesiae, poi basilica cristiana e cattedrale di Ferentino. Oltre al criterio della continuità d’uso cultuale di aree consacrate, confermato dalla presenza di strutture murarie ad abside sotto la pavimentazione della chiesa medievale, sostiene tale ipotesi anche la posizione topografica di S. Maria Maggiore, edificata in un’area periferica della città, ma in un sito che già in età antica doveva essere molto frequentato, essendo limitrofo alle mura e a due porte importanti, quali la porta Maggiore (est) e la porta Sanguinaria (sud), entrambe in comunicazione con la via Latina, e in prossimità dell’edificio teatrale (costruito in età traianea), punto vitale cittadino di incontro e di confronto umano, sociale, culturale e, certamente, anche religioso.
 La chiesa di S. Maria Maggiore è in stile gotico-cistercense, come si può vedere dalle decorazioni a beccatelli sgusciati del sottotetto e dai contrafforti a cappuccio, che rinforzano all’esterno le strutture perimetrali della chiesa nei punti di maggiore scarico dei pesi delle volte a crociera del transetto e della zona presbiteriale.
Anche in facciata lo stile cistercense è ravvisabile nel tentativo riuscito di equilibrare l’andamento verticale accentuato della navata centrale mediante l’inserimento di orizzontali cornici marcapiano.
Un corto tiburio ottagonale, reso aereo da ampie finestre, si imposta sul tetto in corrispondenza della crociera centrale del transetto, qualificandosi quale punto di convergenza e di sintesi di tutte le linee direzionali dell’edificio: quelle verticali delle pareti e quelle oblique e orizzontali degli spioventi e della sommità del tetto.
La facciata è ornata da tre rosoni, corrispondenti alle tre navate che dividono l’interno. Il rosone più grande ed elaborato è quello che dà luce alla navata centrale: raffigura una rosa stilizzata e la colonnina centrale superiore ha il capitello ornato agli angoli da quattro testine umane ed animali (cfr. rosone della chiesa ferentinate di S. Francesco). Sormonta l’aerea rosa un bassorilievo in marmo bianco, che riproduce il Cristo benedicente: la raffigurazione frontale e rigida della figura sottolinea l’intento di raffigurare la ieraticità dell’immagine e induce a datare il bassorilievo ad un periodo anteriore al completamento della chiesa cistercense, forse appartenuto all’edificio di culto ad essa precedente.
[F. SPESSO GALLETTI, Una proposta di lettura, in “Storia della città” n. 15/16, Roma 1981, p. 137].
La porta centrale è ornata da un elegante protiro, databile agli inizi del secolo XIV. Esso è sorretto da leoni stilofori ed è decorato con elementi vegetali desunti dal repertorio classico, scolpiti con raffinata tecnica esecutiva. Nell’attico bassorilievi raffiguranti i simboli degli evangelisti si affiancano al riquadro centrale dell’Agnello crucifero.

Particolari interni


I bassorilievi ricalcano l’iconografia delle formelle marmoree (secc. XI-XIII) conservate nel Palazzo del Collegio “Martino Filetico”, ma presentano un modellato più attento alla resa degli effetti plastici e volumetrici.
Le porte laterali sono decorate da lunette semicircolari, profilate da cornici marmoree: quella di sinistra è sorretta da due testine coronate ornamentali, che la tradizione identifica in Federico II di Svevia e in Costanza d’Altavilla [F. SPESSO GALLETTI, Una proposta di lettura, cit., pp. 137-140].
Tipicamente medievale è il gocciolatoio in foggia di lupo che raccoglie l’acqua piovana dallo spiovente del tetto della cappella absidale del lato NE, mentre le impronte di arcate a sesto acuto, visibili nella muratura del fianco sinistro (nord) della chiesa, fanno pensare ad un porticato anticamente ad essa addossato.
Altamente suggestiva è la percezione visiva del lato meridionale del transetto, che coincide con un notevole dislivello del colle, essendo la chiesa costruita su un terrazzamento antico. Straordinario l’effetto di slancio sottolineato dai contrafforti e dalla cuspide del tetto del transetto meridionale, coronata da un piccolo campanile a vela, che svetta leggero a dominio della sottostante vallata del Sacco.
 All’interno la chiesa di S. Maria Maggiore si presenta accogliente per la chiarezza geometrica con cui è scandito lo spazio: semplice e austero nelle navate coperte da capriate lignee, raffinato e solenne nel transetto, coperto da volte a crociera.
Le capriate lignee delle navate e le due file di ampie arcate a sesto acuto, poggianti su pilastri a sezione rettangolare, suggeriscono un cadenzato itinerario orizzontale verso l’altare. Le tre ampie volte a crociera del transetto e quelle della zona presbiteriale, di cui le due laterali più basse della absidale, sono sostenute da eleganti pilastri a fascio, che innalzano lo sguardo verso l’alto, catturato dalla crociera costolonata della campata centrale del transetto, che ha la stessa altezza della capriata della navata centrale, e dall’elegante sobrietà delle strutture murarie e dell’arredo architettonico.
La luce, che attraverso le numerose finestre nelle ore diurne inonda le navate e il presbiterio, valorizza nelle cornici, nei pilastri, nei capitelli e negli spazi misurati delle campate le tensioni dinamiche, che inducono a  percepire l’edificio come un organismo vivo con le sue forze strutturali e spaziali in dinamica tensione verso la zona presbiteriale e verso l’alto.
Ciò conferma la coerente progettazione spaziale dell’edificio, concepito sia perché fosse predominante la percezione visiva dell’altare, luogo di attrazione scenica della liturgia sacra, sia come metafora del percorso individuale e comunitario di ascesi dallo spazio esterno cittadino, luogo della ordinarietà della vita quotidiana, a quello santificato dell’altare, che, punto di incontro e sintesi delle tensioni orizzontali e verticali, diviene incrocio luminoso delle aspirazioni umane e delle aspettative divine.  

Le tecniche architettoniche predominanti nella chiesa di S. Maria Maggiore sono di matrice cistercense, tuttavia, l’edificio presenta caratteri, quali ad esempio la soluzione rettilinea dell’abside finestrata con una bifora e con un rosone, che la qualificano come opera originale nel panorama architettonico duecentesco della zona, dimostrazione della sorprendente abilità propria dei costruttori cistercensi di adattarsi alle esigenze edilizie cittadine, assimilando in una straordinaria e coerente sintesi architettonica stimoli formali e accenti linguistici locali.
La copertura lignea delle navate e il vezzoso campanile a vela, posto al vertice della facciata meridionale del transetto, sono significativi elementi dell’architettura mendicante, che l’ordine Francescano introdusse anche a Ferentino nella seconda metà del secolo XIII, come attestato dalla costruzione della chiesa urbana di S. Francesco.

Particolari vari

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Il telamone-acquasantiera

Un telamone scolpito in marmo, reimpiegato come acquasantiera, si conserva all’interno della chiesa, tra la porta centrale e quella nord. La piccola figura virile è a dorso nudo ed indossa soltanto un corto gonnellino. Inginocchiato sulla gamba destra, ha il braccio sinistro teso e con la mano si appoggia sul ginocchio della gamba sinistra piegata in avanti. Il braccio destro è piegato e con la mano destra sorregge la mensola che gli grava sul collo e sulla nuca. Il busto è reso con tratti anatomici approssimativi, ma espressivi di una corporatura affaticata dal carico pesante che il telamone sopporta sulle spalle. Anche il collo incassato tra le clavicole, l’andamento obliquo del busto, sbilanciato da sinistra in basso a destra in alto, e l’espressione goffa del volto con gli occhi spalancati e quasi fuori dalle orbite esprimono efficacemente la deformazione fisica del corpo causata dallo sforzo sostenuto. L’iscrizione in volgare V PESA (uh, pesa!), incisa verticalmente sulla superficie della mensola al lato destro del volto, dà voce al sentimento espresso già visivamente dalla forma plastica del telamone. Sulla faccia laterale destra della mensola è scolpito in bassorilievo il giglio, che, stemma del Comune di Ferentino, denota nel telamone un probabile dono comunale. La datazione dell’iscrizione al 1220-30 [A. CAMPANA, Le iscrizioni medievali di Ferentino, Congresso su I Cistercensi e il Lazio, Roma 17-21 maggio 1977; cfr. F. SPESSO GALLETTI, Una proposta di lettura, cit., pp. 141-142] colloca l’esecuzione del telamone in un periodo precedente la costruzione della chiesa, come lascia intuire anche la foggia stilistica dell’opera, incline ai moduli espressivi della scultura romanica, piuttosto che alla dinamica ed elegante stilizzazione formale propria del linguaggio gotico.

La pala dell’Assunzione della Vergine

La “Madonna delle Grazie”

Nella parete di controfacciata tra l’ingresso centrale e la porta minore meridionale è conservato parte di un affresco duecentesco, circondato da una moderna cornice marmorea rettangolare, decorata da intarsi di stile cosmatesco. L’affresco raffigura la Madonna con il volto di tre quarti, il manto blu dal panneggio appena delineato con rapide pennellate più scure, e la tunica rossa. Seduta su un trono, Maria ha il capo circondato dall’aureola ormai priva del colore originario, con i raggi incisi direttamente sull’intonaco; un bordo scuro stacca l’aureola dal piano di fondo. Maria regge in grembo il bambino Gesù, che con la mano sinistra stringe al petto il vangelo. La veste di Gesù è completamente scolorita, ma si conserva la sinopia delle dita dei piedini. Il nimbo di Gesù, simile per fattura a quello di Maria, è però caratterizzato dai  bracci della croce. Del trono si conserva la spalliera, la cui superficie, ornata da losanghe delineate da sottili linee chiare su fondo rosso, è profilata in alto da una striscia ondulata, di cui si è persa l’originaria colorazione.
 L’affresco evidenzia uno stile caratterizzato dalla bidimensionalità, dalla disorganicità formale e dalla rigidità delle figure. Tali stilemi vengono smorzati in parte dal dinamico gioco grafico delle decorazioni geometriche del trono e dalla morbida modulazione chiaroscurale, che sembra trasparire da quanto resta della colorazione dei volti, forse opera di un artefice più esperto. Ciò rende le figure di Maria e di Gesù ieratiche e nello stesso tempo presenti e vive nell’esperienza quotidiana del fedele, suscitando fino ai nostri giorni una sentita devozione popolare all’immagine, venerata col titolo di “Madonna delle Grazie”.


Nei restauri, effettuati agli inizi del XX secolo, si riportarono in luce le antiche strutture architettoniche della chiesa nascoste dai rivestimenti settecenteschi (intonaci e volte posticce), seguiti probabilmente alla istituzione della collegiata, in occasione della quale nell’anno 1801 si commissionò al pittore ferentinate Desiderio De Angelis l’esecuzione della pala dell’altare maggiore, raffigurante l’Assunzione della Vergine [R. CATALDI, Desiderio De Angelis, pittore ferentinate del Settecento, in Lunario Romano 1990: Pittori, architetti, scultori laziali nel tempo, Roma 1989, p. 251, 258]. Nei restauri sopra citati vennero rimossi anche i muri settecenteschi, che avevano occluso la bifora della parete absidale e la pala di Desiderio De Angelis venne spostata sulla parete di controfacciata, sotto il grande rosone di facciata.
Il pittore ferentinate raffigurò Maria assunta in cielo fra lo stupore degli apostoli, servendosi degli accenti stilistici tipici dell’iconografia devozionale settecentesca. I forti contrasti chiaroscurali, il risalto delle intense tonalità calde, il punto di vista prospettico “di sotto in su” e la composizione strutturata secondo ritmi dinamici ascensionali sono i mezzi compositivi utilizzati da De Angelis per coinvolgere i fedeli nella visione dell’evento, suscitare in loro emozioni e indurli a percepire in modo consapevole ciò che la fede e l’immaginazione suggeriscono. La Vergine sale al cielo con la veste svolazzante, stagliandosi su uno sfondo di intensa luce dorata. Gli angeli le fanno corona nella parte superiore della tela. In basso sono raffigurati gli apostoli intorno al sepolcro vuoto e San Pietro, inginocchiato, guarda con devozione estatica la figura di Maria.

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