LA PITTURA DI ETTORE GUALDINI IN MOSTRA AD ALATRI Chiostro di San Francesco, 29 settembre - 13 novembre 2001
LA PITTURA DI ETTORE GUALDINI
IN MOSTRA AD ALATRI
Chiostro di San Francesco, 29 settembre - 13 novembre 2001
di Mariateresa Valeri
Ettore Gualdini, apprezzato pittore frusinate, presso il Chiostro dell'antico convento di S. Francesco in Alatri dal 29 settembre al 13 novembre 2001 ha esposto 124 dipinti, realizzati dal 1958 fino al 2001 (catalogo con presentazione di Marcello Carlino). Si è trattato di una completa retrospettiva della sua produzione pittorica, nata per vocazione irrinunciabile a procedere nella ricerca del senso di sé in relazione al mondo a lui circostante. Per questo Gualdini sin da giovanissimo senza esitazione si è spinto nella ricerca caparbia del mezzo più efficace per trasmettere le sue esperienze visive, le sue riflessioni interiori, il suo consapevole confrontarsi con la realtà esterna. Nel suo laboratorio artistico il pittore frusinate ha sempre cercato di seguire la scuola della Natura e quella sperimentale del disegno e del colore, per essere più fedele alle sue interiori intuizioni e necessità espressive. Nella sua completa autonomia da scuole, che avrebbero potuto condizionare la spontaneità del suo linguaggio, Ettore Gualdini ha affinato progressivamente le sue capacità operative, coniugando perfettamente la tecnica e i materiali specifici con l'intuizione creativa da realizzare, riuscendo sempre a dare elevata forma estetica alla sua visione del mondo.
Dalla ricca antologia di opere, esposte nell'affascinante spazio dei vani che circondano il Chiostro alatrense, emergeva chiaramente lo stile di Gualdini pittore, riconoscibile dall'uso del colore denso nell’impasto e brillante nelle sue sature tonalità timbriche, dalle figure solide e plastiche, che pur nella loro essenzialità figurativa, riescono a comunicare il senso della loro presenza, a stimolare in chi guarda il coinvolgimento emotivo e le vibrazioni dell'animo. Dato l'ampio arco temporale della produzione pittorica in mostra, si riscontravano talvolta differenti sfumature tecniche, linguistiche e formali, segno dell'elaborazione da parte dell'Autore di strumenti comunicativi coerenti al suo itinerario spirituale di uomo e di artista.
Di fronte alla produzione artistica di Ettore Gualdini è sorprendente verificare che, nonostante l'espressa volontà di autonomia stilistica, nelle sue opere spesso compaiono temi e stilemi resi noti nel mondo dell'arte dai Padri fondatori dei più importanti movimenti artistici, che hanno dominato la scena europea e mondiale sin dalla seconda metà dell'Ottocento fino ai nostri giorni. Tali coincidenze dimostrano come per gli Artisti, che vivono in autentica sintonia con la realtà del loro tempo, la scelta dei soggetti e dei sistemi comunicativi del linguaggio dell'arte sia davvero conseguenza della necessità di esprimere in forme adeguate le riflessioni e le intuizioni, che la cultura e le contingenze storiche promuovono negli animi più sensibili e attenti.
Nelle sue pitture Gualdini ci parla di sé, della sua esperienza di artista vissuta nella riflessione quotidiana sui valori del bello, del colore e della luce, esprimendo senza mezzi termini l'anelito alla verità e alla bellezza. Proprio questa carica vitale accende di luce la freschezza narrativa del pittore frusinate, frutto del suo spontaneo e libero accostarsi alla natura e all'uomo, che Ettore Gualdini rende protagonisti della sua pittura e che racconta con l'animo semplice e schietto, proprio di chi ama la vita.
I temi privilegiati dall'Artista sono: la vita quotidiana, esperìta sia nelle semplici mansioni domestiche sia letta attraverso la rappresentazione di interni; l'Uomo, indagato nel caleidoscopio della sua complessa interiorità e celebrato nella semplice e nobile grandezza dei suoi sentimenti, sofferenze e speranze; la Natura; la "Natura morta"; la musica; il circo; l'acqua; la città.
La riflessione sul quotidiano vivere attraverso il pennello di Gualdini diviene canto lirico nel piccolo quadro "Il lavatoio" (1958, olio su tela, 45x59 cm). Nella luce abbagliante del pieno sole, i bianchi, che, appena sfumati da velature azzurre e grigio-verdi, costruiscono la scena, fanno vivere le donne inchinate sul lavatoio, intente a lavare con gesti cadenzati e ritmici. Si avverte la fatica del lavoro, tenacemente sopportato. Il felice "bozzetto" pittorico rievoca la memoria del pascoliano "Lavandare" (da "Myricae", 1891) e, grazie ai sapienti ritmi cromatici e all'equilibrata disposizione delle immagini, ci introduce d'incanto all'interno di una scena di vita popolare, ci consente di ascoltare il rumore dello scorrere dell'acqua fredda della fonte e "lo sciabordare delle lavandare", di avvertire la sensazione dell'odore del sapone, di sentire il canto liberante delle donne intente alla dura fatica del bucato.
La rappresentazione di interni rientra nel genere pittorico rivolto all'osservazione delle cose familiari, che costituiscono la vita domestica e nella loro semplicità racchiudono il mistero della vita. Nei quadri con nudi di donna o con natura morta o con Arlecchino protagonista, anche se l'atmosfera può apparire malinconica, gli interni domestici sono vitalizzati dalla luce, sia che essa venga riflessa in uno specchio sia che venga introdotta da una finestra con ante e persiane spalancate, assicurando il contatto con la Natura e la speranza di una rigenerazione.
Ettore Gualdini ci mostra la Natura in tutta la sua bellezza e vitalità rasserenante, rifugio dalle passioni sconvolgenti, luogo ameno dove la vita trova la sua culla più confortevole. Basta fermarsi a guardare i quadri che raffigurano la campagna, per avvertire le stesse emozioni provate dall'Autore nel suo intenso rapporto di amore-contemplazione vissuto con la Natura. Ne sono mirabile esempio i dipinti "Le ultime messi" (1986), "La montagna verde" (1991), "Il gallo con arcobaleno" (1994), "Paesaggio ravennate" (1996), "Campi coltivati" (1997), "Campagna frusinate" (1998), "Colline alatrensi" (1999), "Campagna ciociara" (1999), "Campagna agrigentina" (2000). In "Campagna ciociara" (1999, olio su tela, 78x94 cm), l'agro appare abitato: case dai muri bianchi e tetti rossi spuntano tra la frescura delle chiome verdi degli alberi e danno ragione dell'ordinata disposizione degli appezzamenti dei campi arati, che si sviluppano in una straordinaria profondità spaziale, tutta giocata sapientemente con i soli gradienti cromatici. Questi campi sono quelli familiari che si ammirano dalla finestra dello studio dell'Artista: raffigurati come fazzoletti colorati a vivaci colori, essi ricordano la vitalità della stagione primaverile o la prima calura estiva attraverso le bionde messi, ma anche l'azione faticosa e produttiva dell'agricoltore, cioè dell'uomo, che, privilegiato per essere in sintonia con il ciclo della natura, ancora riesce a rimanere libero dai bisogni indotti.
Carico di struggente malinconia è il dipinto "Le ultime messi" (1986, olio su tela, 150x150 cm): una donna siede pensosa davanti ad una grande finestra aperta, che si affaccia su un campo di grano maturo e biondeggiante, oltre il quale l'orizzonte è escluso dalla mole ingombrante di un cantiere di un edificio in costruzione, sovrastato dalla gru di acciaio, nuovo campanile dell'effimero, che non trasmette note armoniose nell'aria circostante, ma rumori che annunciano la fine di un'era: il colore luminoso delle ultime messi di quel campo sarà presto cancellato dal cemento.
Nell'opera di Gualdini l'Uomo, analizzato sia nella figura femminile sia in quella maschile, domina le composizioni, assumendo proporzioni e forme in perfetta armonia con la Natura stessa: la sua presenza sulla scena del mondo non appare occasionale, ma si inserisce da protagonista nel ciclo cosmico, qualificandone il senso ontologico. È il caso di "Nudo con paesaggio" (1992, olio su tela, 92x106 cm), in cui Gualdini ha rappresentato parte del corpo nudo e disteso di una donna addormentata, che, tagliato dai margini del quadro, occupa il primo piano del dipinto. La donna nuda di Gualdini rievoca la figura della Venere dormiente di Giorgione (ca. 1508, olio su tela, 108,5x175 cm) e come essa, ma nella sintetica definizione propria dello stile di Gualdini, è raccordata ritmicamente con le apparenze naturali del paesaggio verdeggiante che si distende in secondo piano, caratterizzato da campi arati, alberi e da una casa bianca dal tetto rosso, che si impone alla vista a significare la presenza dell'uomo. Il paesaggio si conclude con colline blu dal dolce profilo ad arco, che all'orizzonte si stagliano sul cielo rosato. La compresenza, di vago sapore fiammingo, tra "il vicino" (il corpo femminile) e "l'infinitamente lontano" (l'immensità del cielo aurorale), induce l'osservatore a cogliere la reciproca relazione compositiva tra le parti del dipinto e a scoprire il nesso ideologico sotteso. Così, anche in Gualdini spontaneamente compare il tema mitologico e ancestrale della dea Tellus genitrice, che assicura la fertilità e l'armonico perpetuarsi del ciclo della vita: la Donna-Natura appare come il santuario dove trovare certezze, lenire i dolori, custodire e alimentare le speranze.
La presenza dell'uomo nei quadri di Gualdini è sempre assicurata dalla presenza dell'Artista, che tutto osserva, scopre e valorizza dall'osservatorio privilegiato del suo spirito libero alla ricerca della verità. In particolare nella serie di quadri in cui protagonista è "Arlecchino" l’Artista esprime la sua personale riflessione sull’uomo, ne analizza lo stato d’animo e ne indaga gli atteggiamenti, che qualificano le sue relazioni sociali nelle comuni esperienze del quotidiano, nella continua sfida contro le circostanze che gli impongono di indossare la maschera, limitandolo nella sua libertà di essere se stesso. Così Arlecchino, vestito di mille colori, appare felice in compagnia della sua famiglia, oppure stanco e pensoso nel silenzio della sua casa, oppure intento ad esprimere il suo sentimento di profondo e accorato amore per la vita nella sognante atmosfera di un concerto di flauto, tenuto in casa, tra l'arredo essenziale e modesto di sedie impagliate accostate ad un tavolo, sul quale poggia una tromba, che aspetta di essere suonata. Quest'ultima scena, rappresentata nel quadro "Arlecchino in concerto" (1998, olio su tela, 120x160 cm), è carica di suggestione: animato dal contrasto tra la luce calda dei rossi e dei gialli accostata ai toni freddi blu e verdi, l'episodio invita alla riflessione sull'inestimabile valore di una vita autentica, libera dai condizionamenti imposti, potenziata dal lavoro manuale dell'uomo, allietata dall'armonia dell'arte e della musica, anche se non ignara delle insidie dell'incomprensione e della solitudine, che la finestra aperta nella parete di fondo sembra voler esorcizzare. "Arlecchino" appare, quindi, come exemplum della vicenda umana: la maschera pone in risalto il dramma dell’uomo alla ricerca della verità, il suo interrogarsi sul senso della vita, la sua tenace volontà di superare le umane sventure, continuando a sorridere grazie alla fantasia, alla musica e alla poesia.
Simile significato morale si riscontra anche nei quadri in cui il tema rappresentato è la "Natura morta". Il genere pittorico fu codificato nel periodo della Riforma cattolica quale invito a considerare il biblico Vanitas vanitatum omnia vanitas (Ecclesiaste, 1, 2) come richiamo alla caducità della vita e alla transitorietà dei beni materiali, che l'uomo deve usare, assegnando loro il giusto valore. La rappresentazione della bellezza degli oggetti semplici e comuni, inseriti in un contesto figurativo, in cui è assente la natura vivente, è funzionale sia alla denuncia dell'effimero, evidenziando l'inesorabile trascorrere del tempo che deteriora e distrugge le cose, sia alla riflessione sul significato simbolico-sacrale degli oggetti raffigurati. Anche Gualdini celebra nelle sue "Nature morte" la metafora della vita umana, che rischia di perdere senso se non è inserita nel contesto più ampio della società. È prepotente il senso di concretezza con cui Gualdini rappresenta i fiori, la frutta, le uova, i pesci, gli strumenti musicali: l'Artista si serve del colore nei suoi toni luminosi e brillanti e ad esso dà forma grazie a decise linee di contorno, che definiscono e qualificano l'oggetto, permettendone il riconoscimento e l'interpretazione. Le sue "nature morte" sono un invito ad apprezzare la vita in tutte le sue manifestazioni, nelle circostanze felici come in quelle difficili; ci ricordano che la poesia delle piccole cose contribuisce a dare senso alla realtà; ci aiutano a capire che tutto ciò che ci circonda partecipa con noi al medesimo ritmo naturale dell'esistenza e che il ruolo di ciascuno deve rispettare quello altrui, con il quale è necessariamente in relazione.
Una poetica riflessione sulla vita quale viaggio alla ricerca della felicità è suggerita dalle rappresentazioni dei capannoni variopinti del circo, di cui "Il circo" (1975, olio su tela, 70x90 cm) e "Circo in periferia" (1980) sono emblematico esempio. Il tendone a strisce rosse e bianche è ben piantato a terra, ma i suoi contorni sinuosi denunciano la consistenza leggera del tessuto. È mattino e bianchi cavalli pascolano nel prato antistante il circo durante una pausa dagli esercizi, prima di esibirsi in serata. I cavalli sono segno della libertà e, se ci ricordano la bellezza della vita e la passione per l'arte, ricordano anche la necessità del diuturno esercizio del lavoro (cfr. "Cavalli allo stato brado", 1986; "Cavalli e domatore", 1991), la necessità di pensare a nuove terre da raggiungere, di avere il coraggio indispensabile per superare nuove prove.
Nelle opere di Gualdini è presente come protagonista o come contesto anche l'acqua, elemento vitale di forte suggestione poetica per i significati simbolici, che essa ha assunto nella storia della civiltà e dell'arte. La ritroviamo ne "Il Danubio a Budapest", (1989, olio su tela, 79x100 cm), in cui occupa la maggior parte del campo percettivo, intensamente azzurra in accentuato contrasto con i gialli della riva, delle barche, del grande ponte e delle case cubiche della città, lambita dal cielo, giallo anch'esso.
In molte opere di Gualdini è riprodotto il mare, che la tradizione poetica solitamente ha trasfigurato come metafora dell'esistenza umana colta nella sua dualità: luogo dove si coniugano l'idea della vita e quella della morte, dove si fa titanico lo scontro tra forze razionali e irrazionali e tragico il contrasto tra la luce del sole che si rispecchia sulla superficie delle acque e le tenebre degli abissi marini insondabili. L'Artista frusinate, tuttavia, del mare privilegia l'aspetto vitale e rinfrescante, in coerenza con la sua visione positiva della realtà. Pieni di luce e di colore sono i dipinti "Bagnanti al sole" (1998) "Colline sul mare" (1999), "Porticciolo" (1998),"Porticciolo a Sperlonga" (1999), "Il mare a Siculiana" (2000). Incantevole è il quadro "Barconi a Venezia" (1991, olio su tela, 65x79 cm), che riesce a trasmettere sensazioni di silenzio, raccontando la tranquillità della laguna veneta, in cui il mare, addomesticato dal litorale e conosciuto dall'uomo, assicura benigno la sussistenza.
Se la Natura e l'Uomo sono i protagonisti principali delle opere di Gualdini, il pittore, tuttavia, non dimentica di considerare la casa e la città costruite dall'uomo, simbolo della sua peculiare caratteristica di persona sociale, che può conoscere pienamente se stessa in rapporto con l'alterità dei suoi simili, con i quali ha bisogno di incontrarsi per crescere e progredire mediante il confronto spirituale, culturale, scientifico e artistico.
La casa viene sempre rappresentata da Gualdini come un "nido" solido e confortevole, geometricamente strutturata, quasi a sostegno del criterio relativo alla stabilità muraria quale segno esterno di quella familiare. Le case dipinte da Gualdini presentano tipologie pittoriche diverse a seconda dei casi. Hanno forma essenziale, compatta nelle lisce superfici murarie, prive di finestre, se sono visibili in lontananza, edificate tra gli alberi della campagna o nell'agglomerato urbano di cui sono parte. Così le vediamo in "Case a Sperlonga" (1998), "Case a Sarajevo" (1999), "Trivigliano" (1998), "Periferia frusinate" (1998), "Frosinone" (1998). Quando la casa stessa è il soggetto del dipinto, viene descritta con dovizia quasi naturalistica. Particolare interesse suscita "La casa gialla" (1988, olio su tela, 86x86 cm), che domina sulla verde campagna circostante con la sua mole luminosa, resa splendente dal suo colore giallo acceso. Un albero di ulivo ad essa anteposto in parte la copre col tronco sinuoso e la chioma ricca di luce, suggerendo un'efficace senso di spazialità e di dinamismo, che traducono visivamente lo spirito vitale della natura con il quale l'uomo, nella sua attività di artefice, entra in perfetta relazione. Ne "La casa del pittore Savani" (1981, olio su tela 79x90 cm) Ettore Gualdini dipinge l'edificio come se fosse un essere vivente, inquadrandolo obliquamente in modo da suggerirne una percezione dinamica. La casa, dalle pareti colorate da un caldo tono sfumato rosa-salmone, occupa quasi interamente la superficie del quadro ed è delimitata in alto da una striscia di cielo blu. I margini della tela tagliano i lati stessi dell'edificio, invitando ad intuire la maggiore estensione dell'edificio oltre il campo percettivo. Un balcone finestrato è al piano superiore in corrispondenza della porta di ingresso e, nell'altra parete della casa si aprono altre due grandi finestre, soprastanti un verde pergolato addossato alla parete medesima. Le finestre hanno persiane verdi e sono spalancate. Anche le porte di ingresso, definite da ampie e rapide pennellate azzurre, sembrano essere aperte. Non appare un caso che gli stessi profili del tetto, delle pareti, delle persiane e del graticcio del pergolato presentino un andamento leggermente curvilineo e convesso. La casa del pittore Savani diviene figura del pittore stesso. La forza centrifuga dell'arte sembra materializzarsi nella tensione espansiva delle linee-forza convesse della casa, accentuata dall'uso del colore caldo nella resa delle sue pareti. Nell'osservare il dipinto si respira il profumo dell'arte che dalla casa si spande nello spazio circostante riempiendolo di sé.
Un vero gioiello è il quadro "Frosinone" (1998, olio su tela, 78x94 cm), che in mostra occupava la parete di fondo di uno dei lunghi corridoi del Chiostro di S. Francesco. La collocazione espositiva favoriva la visione del dipinto anche a distanza, permettendo all'osservatore di avvertirne la straordinaria profondità, quasi finestra aperta sulla vista della città alta di Frosinone. La suggestiva bellezza del dipinto rivela l'amore filiale di Gualdini, che rielabora e trasfigura la sua città natale, immergendola in una poetica atmosfera di luce. Le case solide e bianche, illuminate dal caldo sole, si stringono attorno alla collina in un crescendo ritmico, cadenzato armoniosamente dai tetti rossi, fino ad arrivare alla sommità, impreziosita dal campanile romanico della chiesa S. Maria, punto di riferimento culturale ed urbanistico della città, simbolo dell'identità cittadina, nobile architettura dotata di "voce", che scandisce il tempo e i ritmi delle attività lavorative, invita alla riflessione spirituale e raccorda la città al cielo.
La cifra stilistica di Ettore Gualdini è denotata dall'uso frequente e incisivo del giallo luminoso, del rosso incandescente e del blu profondo. È evidente la precisa volontà dell’Autore di risalire alla sostanza fondamentale delle cose, di cui trova la metafora pittorica nei colori primari.
La forza espressiva del colore e dei segni sempre decisi e strutturanti, la robustezza plastica delle figure che campeggiano sulle tele e la rappresentazione spaziale essenziale, sempre funzionale alla valorizzazione dell’evento narrato, trasmettono il senso della concretezza, ma anche l’urgenza della volontà di comunicare un messaggio di serenità, fiducia e speranza, punti di forza di Gualdini uomo e artista.
Ettore Gualdini canta la Natura e l’Uomo: la luce che inonda le sue tele attraverso la sostanza materica del colore è quella che egli racchiude nel suo animo generoso, animo di artista che ha percepito la gioia infinita della Bellezza e ne vuole condividere il potere vitale e liberante.