DON GIUSEPPE MOROSINI Riflessioni di Roberto Valeri
ROBERTO VALERI
DON GIUSEPPE MOROSINI
RIFLESSIONI
Intendo esaminare la vita del sacerdote Giuseppe Morosini della Congregazione dei Signori della Missione, M.O.V.M., nato a Ferentino il 19.03.1913, morto a Roma il 03.04.1944 e sepolto nella Chiesa di Sant’Ippolito in Ferentino, per chiedermi se sia stata illuminata e sostenuta da Virtù eroiche, meritevoli di indagine ed approfondimento, per i fini della Santa Chiesa.
Opportunità di sintesi e snellezza della presente istanza impongono di ripercorrere le tappe della vicenda umana di don Giuseppe Morosini rimandando ai testi di interventi tenuti negli ultimi anni, che si allegano e richiamano, ritenendo bastevole trascrivere la motivazione per il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare, che è compendio mirabile dell’azione svolta da questo Sacerdote Patriota, espressione sincera del suo carattere e risultato della sua storia personale:
“Sacerdote di altri sensi patriottici, svolgeva, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, opera di ardente apostolato fra i militari sbandati, attraendoli nella banda di cui era cappellano. Assolveva delicate missioni segrete, provvedendo altresì all’acquisto ed alla custodia di armi. Denunciato ed arrestato, nel corso di lunghi estenuanti interrogatori respingeva con fierezza le lusinghe e le minacce dirette a fargli rivelare i segreti della resistenza. Celebrato con calma sublime il divino sacrificio, offriva il giovane petto alla morte. Luminosa figura di soldato di Cristo e della Patria
– Roma, 8 settembre 1943 – 3 aprile 1944”.
IL CUORE DI UN MARTIRE
Immergendoci nell’Anima di don Giuseppe si comprendono scelte e decisioni emergendo la figura di un uomo buono e valoroso, semplice, ma fermo nell’assunzione di responsabilità, ingenuo e “fanciullo”, ma virile nell’affrontare e sopportare il peso della sua immolazione, amante della patria, possedendo un cuore vibrante per la Madre Chiesa. Sin da bimbo ha pronunciato prontamente i suoi Si!: quando entra in Seminario, quando risponde alla vocazione missionaria aderendo alla Congregazione dei Signori della Missione per diventare Sacerdote, quando perfeziona gli studi musicali a Piacenza, quando parte volontario come Cappellano Militare sul Fronte balcanico, quando presta assistenza ai bimbi orfani a seguito de bombardamento di Roma, nonché alle Famiglie ebree aggredite da odio razziale, quando resta vicino ai suoi commilitoni dopo lo sbandamento determinatosi con l’Armistizio del 08.09.1943.
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Don Peppino, pur nella carica di sano umorismo ed arguta allegria, seriamente tutto quello che fa cerca di farlo BENE. Ha consapevolezza dell’importanza della Vita, che va spesa a lode, riverenza e
servizio a Dio e quindi al prossimo. Si prepara alla Missione che lo attende con grande serietà, contemperando esperienza, scienza e sapienza.
La sua passione geniale per la musica, propensione naturale arricchita da studio scientifico, ci svela il desiderio, trasmissivo ed unitivo, che arde nel suo cuore. Per il figlio nascituro del compagno di cella Epimenio Liberi Don Peppino scrive una Ninna Nanna, parole e musica, che firma con il suo solito pseudonimo “Nino Valeri”.
La Ninna Nanna è delicata, serena, gioiosa, non sembra proprio che sia stata concepita e scritta all’interno di un luogo dove il bene più prezioso, quello della libertà, è privato.
Ascoltandola si percepisce il senso di Speranza e di Pace; eppure il suo autore è stato sottoposto a reiterate e continue sevizie e torture.
“ MILLE CUORI IN UNO “
Una vita preziosa, pregiata
L’ultimo verso della Ninna Nanna è quello di una Mamma che canta “Sopra il tuo cuor c’è il mio cuor”. Don Morosini ha il grande desiderio dell’unione dei Cuori. La sovrapposizione del cuore di una madre su quello del proprio bambino è la sovrapposizione e moltiplicazione del cuore di Don Peppino donato a tutti coloro che ne hanno bisogno.
La sovrapposizione di cuore a cuore è unificante, moltiplicativa, trasmissiva e spiega l’affresco dell’esistenza di questo giovane Martire, che, con la sua consapevole scelta di vita, si rende attento ai problemi dell’oggi, risalendo, dai fatti reali e concreti, direttamente al Padre, per rimetterli a Lui, che è Principio e Fondamento della Fede. Il suo agire è continua preghiera oblativa. Possiamo quindi comprendere ciò che brama nello scrigno del suo petto, siccome espresso il giorno della sua esecuzione al cappellano del carcere di Regina Coeli, Mons. C. Bonaldi: “Vorrei avere mille cuori!.
Un cuore per ogni circostanza, per ogni situazione, per il Papa, per la pace, per l’Italia, per ogni persona, per i suoi aguzzini, per i suoi persecutori, per i suoi amici, per coloro che lo uccidono e per coloro ai quali offre la sua giovane ed ardente Vita, preziosa, pregiata, quindi anche per ciascuno di noi, ancorché non conosciuti, ma già amati, desideroso di vederci immersi in un contesto sociale e politico, ove a trionfare siano la libertà delle coscienze, i valori morali e l’avversione alla tirannia, nello spirito di sincera e praticata solidarietà e di giustizia sociale, convinto che il metodo della libertà è il segno di riconoscimento e l’impegno d’onore di tutti gli uomini.
L’anima del “Sacerdote” si coniuga, allora, con quella del “Patriota” evidenziando una riflessione profonda, che la dolcezza e la soavità di un carattere possono solo riposare sulla forza di uno spirito amante della libertà, vibrante per la Verità, operoso nel coraggio di chi, pur esperimentando la paura, che è umana ed ineliminabile, sa che deve necessariamente compiere un dovere sublime, segno indomito di un respiro spirituale che lo anima.
Giuseppe Morosini, missionario di San Vincenzo de’ Paoli, M.O.V.M., martire e patriota, effondendo il suo sangue la mattina del 3 Aprile 1944, nel Forte Bravetta in Roma, prima di essere fucilato, pronuncia dunque parole che ricapitolano tutti i suoi propositi: “vorrei avere mille cuori”.
Cuori che, nonostante torture, privazioni, desolazioni, ha donato, fino all’ultimo specie nel carcere, ove ogni sera del periodo di sua detenzione, ha consolato tutti, intonando il Rosario, come ricorda Italo Zingarelli “echeggia nell’androne, sonora e ferma, la voce di Don Giuseppe Morosini che, fra i condannati a morte, in attesa dell’esecuzione, è il più popolare. Don Giuseppe la voce dell’Apostolo ce l’ha. Lui che intercala nel Rosario, all’improvviso, una frase che suona come uno squillo di tromba e una sfida: “Preghiamo per la nostra Patria”.
Si rinvengono elementi di contatto tra il missionario don Morosini ed il missionario San Gaspare Del Bufalo. Questi -ordinato sacerdote proprio nella Chiesa dei Missionari di S.Vincenzo de’ Paoli a Montecitorio– analogamente desidera avere “ mille lingue ”, per estendere più che si possa l’annuncio di liberazione. San Gaspare così semplicemente si esprime “Vorrei io avere, o Maria mille lingue per potere estesamente di voi parlare, mille cuori per amarvi con amore di perfetta corrispondenza all’amor vostro, così che ogni giorno più sentirvi ripetere:”Deliciae meae cum filiis hominum” (La mia gioia da dividere con tutti gli uomini)”. (Scritti spirituali , III, n. 313).
“Tutta l’occupazione dell’uomo in questo misero mondo ad altro non deve essere rivolta, che a spogliarsi del vecchio Adamo e rivestirsi di Cristo. Ma questa scienza, che è scienza dei santi, non si acquista senza applicazione; né è lavoro di un giorno, ma di tutta l’intera vita”. (Scritti spirituali, I, n. 71).
Anime, pur vissute in epoche diverse, che vivono le Virtù nell’eroicità e fanno esperienza di comune condivisione spirituale, perché attratte dall’unico Fine.
“ UNA VITA DONATA “
Anton Cechov, uno dei sommi scrittori russi, riflette su un pensiero: “..l’uomo o non è destinato a nulla , o a una cosa soltanto: a un amore di abnegazione per il prossimo. Ecco dove noi dobbiamo giungere e qual è la nostra missione”. Don Morosini sembra rispondere ad un tale interrogativo direttamente tramite la propria esistenza, che viene “ donata ” con amorevole abnegazione, con sacrificio non ostentato, piuttosto offerto con oblativa naturalezza.
Dilata il suo cuore attraverso un’opera di discernimento di una Volontà che lo sovrasta e ad cui aderisce con una meditata decisione nell’orazione, seguita sempre da non indugiata effettiva ed efficace azione.
Molte sono state le espressioni usate per descrivere la personalità di questo martire: tra le più belle spicca quella di “sacerdote fanciullo”, per avere egli “un sorriso luminoso, una perenne e quasi incrollabile serenità, una ingenuità fresca, una sincerità di espressione…”.
La “ fanciullezza ” di Don Morosini va però riferita alla purezza della sua anima, perché la sua volontà di servire la Giustizia e la Pace indicano piuttosto fortezza del suo spirito e la maturità del suo intrepido carattere.
Egli possiede una meravigliosa e straordinaria qualità: quella di vedere belle tutte le cose, indice questo della sua naturale purezza d’animo, che lo fa rendere vicino alla gente e continuamente missionario che si fa per gli altri. Ecco perché, pure nei momenti più bui del suo dramma umano, segnato da sicura e definitiva tragica sorte, non perde la fantasia e l’allegria consolante di chi crede che “vivere è Cristo e morire un guadagno” (Filippesi, 1, 21).
Trae allora la forza necessaria per affrontare il suo dramma di recluso, inquisito e condannato con la sua vena artistica e con la forza della sua fede.
In occasione dell’onomastico del suo amico Marcello Bucchi scrive e dedica a questi il 16 gennaio 1944 una “Fantasia campestre”; per il figlio nascituro di un compagno di cella, Epimenio Liberi, scrive parole e musica di una “ninna nanna”, pagina struggente e soave, per una vita che nasce nell’incertezza del tempo presente, ma con la fiducia di un futuro diverso e migliore.
Durante la sua prigionia i carcerieri gli impediscono di celebrare la S. Messa, ciononostante con il suo esempio, con la preghiera personale e comunitaria inonda la cella ed il terzo braccio di Regina Coeli di orazioni coinvolgenti e partecipate. Italo Zingarelli, nel descrivere il rosario di Don Giuseppe, riferisce che ogni sera tutto il braccio è in preghiera animata dalla voce ferma e serena del sacerdote che, per non smentirsi, intercala il suo umorismo che solleva e consola.
Sandro Pertini, anch’egli recluso, scrive di aver incontrato don Giuseppe mentre usciva dall’interrogatorio delle S.S.: “il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà. Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede.”.
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Come ricorda l’On. Prof. Giuliano Vassalli “dopo l’8 settembre 1943, si formarono spontaneamente una quantità di organizzazioni di resistenza, tra tutti coloro che non volevano prestare il loro servizio al tedesco invasore….. . Vi furono formazioni di partito, legate tra di loro dai vincoli della comune appartenenza al Comitato di liberazione nazionale…, formazioni militari legate attraverso vari canali al Comando supremo italiano in Brindisi, formazioni militari, e più in generale patriottiche, autonome, come quella organizzata dal Don Morosini”.
Ricorda Padre Giuseppe Menichelli già Superiore del Pontificio Collegio Leoniano di Roma: “L’8 settembre, allo sbandamento delle Forze Armate italiane, i militari che potevano tornare a casa, anziché consegnare le armi, come prescritto, nelle Caserme, allo scopo indicato dalle Autorità, andavano a nasconderle in posti tenuti segreti, soprattutto negli Istituti Religiosi, … .
Dopo l’Armistizio, in Prati, nessuno voleva tenere le armi, né si trovò un altro posto dove metterle. Si decise allora di lasciarle al Leoniano. Da qui, Don Giuseppe assisteva i Militari alla macchia, …. e le famiglie degli ebrei di cui teneva un fittissimo elenco aggiornato.
…….. che il cerchio si stesse chiudendo intorno a lui, i superiori vennero a saperlo il 26.12.1943. Pensarono di fargli lasciare Roma, di trasferirlo in altra sede, ma fu lo stesso Don Giuseppe a consigliare loro di lasciar perdere perché, dovunque lo avessero mandato, sarebbe stato raggiunto e fucilato. A seguito di una delazione Don Giuseppe fu arrestato dalle SS la mattina del 4 gennaio 1944, col Ten. Marcello Bucchi, suo amico di lunga data all’ingresso del Collegio Leoniano…….”.
Don Giuseppe nella sua incommensurabile generosità misura il rischio, lo accetta, assumendosene la piena responsabilità, fedele al proposito di stare vicino ai propri soldati, bisognosi di conforto spirituale e di assistenza, anche materiale.
Ed allora si rende prossimo agli uomini che rischiano la vita sfidando un nemico temibile, mosso da idealità contrapposte ai valori della libertà, della Pace, del rispetto dell’Uomo. Don Peppino condivide con quegli uomini la durezza e l’amarezza di una vita impossibile: si reca nei loro nascondigli, vi celebra la Messa, porta conforto e infonde coraggio.
Si accorge che l’assistenza spirituale non basta più: allora si dà da fare per trovare e distribuire generi di prima necessità. I viveri giungono a destinazione con una regolarità ammirabile. Per don Giuseppe tutto ciò è Vangelo vissuto, una inderogabile necessità del suo cuore, un dovere morale della sua anima di sacerdote.
Dimentico dei pericoli, la sua “prudenza” si traduce in azione militante e viva a sostegno di uomini coraggiosi, che si battono per un’Italia libera ed un futuro migliore. Come ha scritto don Lello Di Torrice “è facile immaginare e comprendere quali fossero i sostegni di solidarietà che in quei frangenti si possono prestare ad un amico impegnato nella resistenza armata”.
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Le S.S. naziste, la mattina del 4 gennaio 1944, perquisito il Collegio Leoniano di Via Pompeo Magno, dove risiede don Giuseppe, trovate le armi e il ponte radio, procedono alla cattura dell’intrepido e coraggioso Sacerdote. Don Morosini annota sul suo taccuino: “Questa mattina sono stato arrestato dai tedeschi. Sono portato a Regina Coeli, terzo braccio, cella 382”.
Inizia la via crucis: estenuanti interrogatori e crudeli torture non riescono ad intaccare l’anima nobile di don Peppino, il quale non rivela nemmeno un nome dei suoi amici patrioti, ma quel che è più nobile non coinvolge alcuno. Agli inquisitori che gli domandano cosa avesse fatto se rimesso in libertà risponde che avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto fino ad allora.
Celebrato il 22 febbraio un processo veloce e sommario, don Morosini viene condannato a morte.
Don Morosini ascolta la condanna serenamente e con tale stato d’animo, rientrato in carcere, la comunica ai compagni di cella e di braccio, non omettendo di intonare anche quello stesso giorno il santo Rosario.
All’alba del 3 aprile don Morosini viene fucilato al Forte Bravetta di Roma. Si prepara all’ora suprema dopo aver fatto la confessione generale, celebrata la S. Messa, assistito dal Mons. Traglia.
Lascia un esempio di coraggio eroico, confortando egli stesso il cappellano del carcere Mons. Bonaldi con le parole “ci vuole più coraggio per vivere che per morire”.
Nel tragitto da Regina Coeli al Forte recita il Rosario. Sistemato davanti al plotone d’esecuzione, lo benedice, rifiuta la benda ed offre la sua giovane vita al Papa, alla Pace ed all’Italia.
Il plotone d’esecuzione, accortosi che la persona da fucilare è un Cappellano militare, spara senza colpire volutamente il bersaglio. Al comandante del plotone viene imposto di dare il colpo di grazia: due colpi alla nuca.
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Le grandi gesta sono precedute e comunque essenzialmente spiegate da piccoli gesti espressione della ordinaria quotidianità di chi anzitempo depone un seme nel proprio cuore perché, a tempo debito, possa generare il frutto sperato. Don Giuseppe per tutta la sua breve esistenza ha fatto germogliare e fiorire questo seme riposto e accudito nel suo cuore. Se meditiamo sulla figura luminosa e profumata del Martire, constatiamo lo sviluppo misterioso di questa vocazione all’amore oblativo e al martirio.
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“ GUERRA GIUSTA “ ?
No “ agire per promuovere una PACE GIUSTA “ ! Domandarsi sulla “convenienza” da parte di un Sacerdote di aver prestato assistenza, anche materiale nelle forme e modi surricordati, in favore di commilitoni che resistono contro l’ingiustizia di una guerra, impone di esaminare gli aspetti delicati e decisivi di una scelta siccome operata, in un contesto non esente dalle dinamiche di un momento storico intriso da generale confusione e di necessitata azione, per escludere il protrarsi di un conflitto generatore di luttuose rovine.
In Fatto è certo che don Morosini non abbia usato le armi. Abbiamo visto sopra il perché, nella Roma occupata dai nazisti, le stesse siano state trovate nel Collegio Leoniano e la motivazione del mero deposito colà, da parte dei soldati italiani che non vogliono consegnarle all’esito dello sbandamento dell’Esercito, dopo la sottoscrizione dell’Armistizio con le Forze alleate del Governo italiano, che continua ad operare nel Sud della Penisola (Brindisi), così coordinando prosecuzione del conflitto contro l’invasore.
In Tesi occorre richiamare, anche se sinteticamente, il concetto di “guerra giusta“, siccome in morale è stato sviluppato da Agostino di Ippona e da Tommaso d’Aquino. “ E’ infatti l’ingiustizia del nemico che obbliga il saggio ad accettare guerre giuste e l’uomo deve dolersi di questa ingiustizia perché appartiene agli uomini, sebbene da essa non dovrebbe sorgere la necessità di fare guerra” (Agostino d’Ippona, “La Città di Dio”, XIX, 7).
Tommaso d’Aquino a tal proposito riflette ed insegna:
“ 1 - Perché la guerra sia giusta occorrono tre cose: I. l’autorità del principe, cui spetta la tutela dello Stato; II. la giusta causa, cioè un’offesa o un danno ricevuti cui l’offensore non vuol dare riparazione; III. la retta intenzione, in chi la fa, di mirare al bene e di evitare il male; e non sono rette intenzioni, secondo sant’Agostino, la voglia di nuocere, la crudeltà nella vendetta, la libidine di dominio e l’implacabilità dell’animo.
2 – Il fare la guerra è affatto sconveniente agli Ordinati per le inquietudini che cagiona e perché ad essi, che trattano il Sangue di Cristo, compete non di uccidere e versare l’altrui sangue, ma di essere pronti a versare il proprio. “ (G. Dal Sasso e R. Rocci, Compendio della Somma Teologia di San Tommaso d’Aquino, Edizioni Studio domenicano, 1996, pag. 221).
In particolare nella scelta operata da don Morosini sono presenti gli elementi di pensiero e di azione aderenti all’insegnamento dottrinario ricordato, arricchiti dalla vitalità propria di chi vive nel desiderio di essere pronto piuttosto a versare il sangue proprio, senza coinvolgimento di alcun altro, così come nel doloroso e tragico epilogo è effettivamente accaduto.
Dunque sembra di cogliere in don Peppino piuttosto che l’adesione a partecipare ad una “ Guerra giusta “, il desiderio di promuovere una “ Pace giusta “, fondata nel rispetto e nella realizzazione di un ordine internazionale, ove i diritti dei Popoli siano riconosciuti per la intrinseca naturalità del loro sorgere nella coscienza individuale prima e quindi collettiva.
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Sant’Agostino (La Città di Dio, 1, 26) ricorda come “ non possiamo arrogarci il giudizio dei pensieri nascosti. Nessuno sa ciò che avviene nell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui.”, “ Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio “ (1 Cor. 2, 11), che solo può conoscere i segreti dell’uomo.
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Don Peppino, offrendo la sua vita al Papa, alla Pace ed all’Italia, ci ha lasciato indelebili tracce del suo Amore, che sono, come afferma Albert Schweitzer, “l'unica cosa importante, quando ce ne andremo”. Il volto di don Peppino è quello di un offeso, vilipeso, disprezzato, percosso umiliato, ma è e sarà per sempre il volto di un vero Vincitore. È questa una lectio magistralis sulla Croce, quella che si firma con la propria vita.
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La Mamma di don Giuseppe un giorno, sorridente e soddisfatta, dice di aver fatto la balia a San Vincenzo de’ Paoli, perché due figlie entrano nella Congregazione femminile e Peppino in quella dei Signori della Missione.
Tutti conosciamo l’apostolato della carità che San Vincenzo ha esercitato nella sua lunga vita e memorabili sono le parole da lui pronunciate il giorno della Sua morte: “Oggi incomincio a farmi Santo”, consapevole che la Santità è fatta soprattutto dalla semplice quotidianità delle proprie azioni. La vita preziosa e pregiata di don Giuseppe è spesa con straordinario amore e profuma di semplicità, conducendo alla tragica ma illuminante conclusione. Prima che il suo sangue sia sparso, viene dimostrata la forza dell’eroe e la serenità di chi apprezza la bellezza di quella giornata, sentendosi tranquillo anche di fronte alla morte.
Mentre cade sotto il piombo, com’è stato mirabilmente detto, “già all’orizzonte c’è la forza penetrante di un raggio di sole”. Don Giuseppe, è autentico discepolo di San Vincenzo: il 3 aprile 1944, riteniamo, abbia coronato ogni proposito fatto ed attuato in ogni giorno della sua pur breve ma intensa esistenza, offrendola generosamente ed accogliendo nel suo Cuore il Cuore di tutti.