L’ARTE SACRA A FERENTINO NELL’INTERVENTO RIFORMATORE DEL VESCOVO SILVIO GALASSI (1585-1591)
di Maria Teresa Valeri
Eletto vescovo di Ferentino da papa Sisto V il 13 giugno 1585 (1), Silvio Galassi dal 10 al 21 ottobre del medesimo anno effettuò la visita pastorale alla città, seguita poi da quella alla diocesi (2), procedendo non solo nel rigoroso rispetto delle norme amministrative stabilite nel concilio tridentino, ma anche, come si evince dalle sue preoccupazioni pastorali, mirando “ad un rinnovamento integrale della vita cristiana, che progredisce cum oratione magis quam studio”(3). Il Galassi pose particolare cura anche nell’analisi degli edifici di culto, perché in essi la fede cattolica veniva celebrata nella liturgia eucaristica e trasmessa non solo con la liturgia della parola, ma anche con le manifestazioni visibili, architettoniche ed iconografiche, dell’arte sacra. La visita pastorale del 1585 del Galassi e la visita apostolica del 1581, effettuata nella diocesi ferentinate dal delegato apostolico mons. Pietro Antonio Olivieri (4), sono le più antiche fonti finora conosciute di storia ferentinate immediatamente successiva al Concilio di Trento (1545-1563). Tali visite sono particolarmente preziose per le indicazioni relative allo stato architettonico, all’arredo liturgico e all’ornamentazione pittorica dei luoghi di culto: esse, infatti, ci descrivono chiese, cappelle e opere oggi non più esistenti (5); ci illuminano sulla consistenza dei manufatti artistici locali (architettura, pittura, statue, arredi) e sulle preoccupazioni didattico-pastorali dei prelati riformatori relative al problema dell’arte sacra (6), particolarmente sentito in quegli anni anche in conseguenza dell’iconoclastia protestante.
La Riforma protestante diede un colpo mortale all’arte sacra, interrompendone la produzione nei paesi dell’Europa settentrionale, dove le tesi luterane si diffusero. Per Lutero il credente non aveva bisogno di mediatori né delle opere di pietà per raggiungere la salvezza che gli veniva personalmente e direttamente da Dio. La Chiesa di Roma, la gerarchia ecclesiastica, il primato del Papa andavano abbattuti, come dovevano essere eliminati tutti gli atti di devozione esteriore, quali, ad esempio, le donazioni alla Chiesa ed il culto della Madonna e dei santi, perché segni della corruzione della Chiesa cattolica. L’uso delle immagini sacre, quindi, venne sconfessato da Lutero in quanto pagano ed idolatrico. Lutero, tuttavia, accettò come lecite almeno le principali immagini sacre desunte dalle storie bibliche, ad esempio l’Ultima Cena, purché non fossero considerate “antropomorfizzazione del divino”, ma “sussidio figurato alla predicazione”(7). Intransigente fu Zwingli, anche egli convinto che la fede doveva fondarsi soprattutto sulla parola scritta della Bibbia e su quella parlata della predicazione(8). Radicalmente iconoclasta fu Calvino, il quale si oppose fermamente ad ogni forma d’arte, sia religiosa che profana (9). Nei paesi dove si diffuse la Protesta e soprattutto nelle Fiandre si scatenò una vera campagna iconoclastica, caratterizzata anche da intemperanze e tumulti popolari: vennero distrutte chiese, decapitate statue, incendiate le tavole dipinte e i cori lignei, che nelle chiese separavano i fedeli dal culto (10). Per tali presupposti ideologici le comunità protestanti si riunivano in edifici semplici ed austeri, dagli interni nudi e a calce, spogli di qualsiasi ornamento, edifici in cui l’altare non era più il centro dell’attenzione (11). Gli artisti, privati delle ricche commissioni ecclesiastiche, furono costretti a fuggire nei paesi cattolici o ad abbandonare la loro attività o a specializzarsi nella produzione profana (il ritratto, la natura morta, il paesaggio), che nelle regioni più ricche dell’Europa del Nord ebbe un notevole e più intenso sviluppo con la Riforma protestante (12). Nella definizione dei principi dottrinali della Chiesa cattolica, operata dal Concilio di Trento, “sotto l’impulso delle critiche calviniste” venne nuovamente posto in rilievo “il fine didattico-educativo dell’arte sacra figurativa per la vita cristiana”(13). Il decreto dell’ultima sessione del Concilio tridentino(14) difende la liceità delle immagini sacre e del loro rapporto con il culto dei Santi. Da sempre, infatti, la Chiesa aveva considerato le immagini sacre come un efficace strumento per insegnare i misteri della fede alla popolazione in massima parte analfabeta o comunque per confermare nei fedeli di ogni livello culturale le nozioni della catechesi. Il decreto tridentino sulle immagini sacre non dettò regole alla creazione artistica, ma, per rimuovere gli abusi nella scelta dei soggetti pittorici, riconobbe all’autorità ecclesiastica il dovere di controllare che le immagini fossero conformi all’ortodossia, che cioè fossero fedeli alla sacra scrittura, corrette nel contenuto teologico, sì da non indurre gli ignoranti nell’errore e nella superstizione. Pertanto soprattutto nelle pitture da esporre nei luoghi di culto dovevano essere evitate le immagini profane, disoneste e lascive. E’ esplicita la condanna del “nudo” nelle pitture sacre, condanna di cui prima vittima illustre fu il Giudizio Universale di Michelangiolo Buonarroti (15). Con tale precetto i padri conciliari non vollero entrare nel problema del valore dell’arte rinascimentale, ma sottolineare “l’aspetto pedagogico dell’immagine a servizio della devozione” (16). Fu stabilito, infatti, che nelle chiese sarebbero state esposte solo le immagini approvate dall’ordinario diocesano (17). Il principio della verità associata alla decenza, del decoro e della severità, espressione del “nuovo spirito della Chiesa interiorizzata e purificata”(18) della seconda metà del ‘500, venne applicato oltre che nella scelta dei soggetti iconografici e della loro collocazione, anche nella liturgia, nella struttura architettonica dell’edificio di culto e nella scelta del suo arredo (19). A Roma il Vignola fissò nella chiesa del Gesù il nuovo prototipo di edificio sacro a pianta longitudinale e ad una sola navata con cappelle laterali. Questa forma architettonica era dettata da esigenze funzionali: l’aula unica agevolava ed evidenziava l’azione liturgica, che si svolgeva sull’altare maggiore, sottolineando il sacramento dell’eucarestia, negato dai protestanti. Anche gli edifici religiosi esistenti vennero restaurati, abbelliti ed impreziositi, curando in special modo la scelta dell’arredo liturgico (pulpiti, candelabri, tabernacoli, paliotti, cuscini, paramenti) e la scelta dei temi iconografici da rappresentarsi con un linguaggio figurativo piano, chiaro, accessibile e persuasivo (20). Dal repertorio figurativo tradizionale vennero eliminati i soggetti di ispirazione classica, che si prestavano ad interpretazioni profane. Per rinforzare nei cattolici la consapevolezza della loro fede e per risvegliare la loro pietà religiosa, furono, invece, privilegiati i temi iconografici più adatti alla meditazione(21) e alla penitenza, per esempio la passione di Cristo....
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