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SILVIO GALASSI UN FRUSINATE VESCOVO DI FERENTINO (1585-1591)

di BIANCAMARIA VALERI

s. lucia abside ritratto di Silvio galassiSilvio Galassi nacque a Frosinone probabilmente tra il 1520 e il 1530. Studiò diritto e divenne iuris utriusque doctor. Probabilmente esercitava la professione giuridica presso il tribunale di Frosinone, quando Giovan Battista Cicala intorno al 1552-1553 fu nominato Legato della Provincia di Campagna a Frosinone. Terminato il mandato, il Cicala prese con sé il giovane prete Galassi e lo condusse a Roma presso la Curia, dove rimase per 17 anni. Il 20 ottobre 1570, in una lettera da lui inviata al card. Carlo Borromeo, Silvio Galassi comunicava di dover partire alla volta della Spagna al seguito del signor Filippo Cicala, nipote del cardinale, “per esigere i frutti decorsi d’una pensione” assegnatagli “in premio e ricompensa d’una servitù di XVII anni”, dalla quale non aveva ricevuto “mai costrutto alcuno”. Precedentemente e per breve tempo egli era stato a Milano per interessarsi, per conto del Borromeo, degli “inconfessi” e dei “concubinari” (lettera del 25 aprile 1570). Aveva cercato di risolvere la situazione del conte Giovanni Battista Brembato, che, pur comparendo nella nota degli inconfessi, aveva esibito una fede di essersi comunicato a Vigarolo nella diocesi di Lodi. Sempre “per servitio della Corte Arcivescovile” il Galassi si recò a Genova, lasciando a Milano suo nipote Orazio, figlio di una sua sorella vedova. Al cardinale Borromeo chideva di riceverlo nel seminario di Milano, perché non andasse “a mal recapito”. Ritornato dalla Spagna, Silvio Galassi da Frosinone scrisse due lettere al Borromeo, in quel momento a Roma: una il 2 settembre e l’altra il 10 settembre 1570. Nella prima lettera il Galassi comunicava il suo ritorno in patria e di essere latore da parte dell’Arcivescovo di Rossano di un libro di fra Luigi di Granata. “Mons. Arcivescovo di Rossano alla mia partenza dalla Corte Cattolica mi diede l’allegata per vostra Signoria illustrissima con un libro di fra’ Luigi di Granata che il proprio padre le manda”. Il libro “nuovamente venuto a luce” era la Retorica Eclesiastica, un libro riguardante l’eloquenza dei predicatori; “mons. Arcivescovo di Rossano” era Giambattista Castagna, in quel periodo nunzio apostolico a Madrid per negoziare la Lega Santa contro i Turchi. Mons. Castagna, creato nunzio a Venezia nel 1573, prese al suo servizio il Galassi in qualità di uditore generale. Silvio Galassi fu molto vicino a mons. Castagna, che lo ricompensò per la sua devozione e solerzia nell’assolvere i delicati compiti del suo incarico. A Tolomeo Galli il Castagna scrisse una lettera di presentazione: “Messer Silvio Galasso, mio auditore, è ben conosciuto da N. S. (il papa Gregorio XIII) et è huomo che per lettere et per buona vita e costumi merita ogni favore et gracia … la supplico, mi faccia gratia di favorirlo con Sua Santità ch’io ne riceverò tanta gracia quanto fusse di cosa gratissima in mia persona propria” (19 settembre 1573). Successivamente in una seconda lettera (3 ottobre 1573) il Castagna al Galli scriveva: “Dell’ufficio fatto da V. S. ill.ma con N. S. per favorire messer Silvio, mio auditore, le bacio le mani mille volte; egli merita la gracia di V. S. ill.ma per la sua devotione e reverentia che li porta; et io ne sento molto obligo, et sperarò in qualche altra occasione Sua Santità li farà qualche gracia, perché credo che l’habbia in buonissima opinione; egli è povero et virtuoso”. Da queste poche parole si ha nitido il ritratto morale di questo Uditore: uomo devoto, servizievole, riverente, povero e virtuoso, tutte doti esaltate e ricercate negli uomini di Chiesa specialmente dopo il Concilio di Trento. A Venezia Silvio Galassi rimase fino al 1577; fu molto attivo e risolse una controversia giudiziaria, che da lungo tempo opponeva un convento di suore al Patriarca di Venezia. Nel 1486 Innocenzo VIII aveva concesso a un’eremita di nome Benedetta, che abitava presso la chiesa di S. Ermagora in Venezia, di poter eleggere un sacerdote secolare o regolare per poter ricevere i sacramenti per lei e per le altre sue due compagne. Questo privilegio fu goduto, non senza lamentele da parte del clero di S. Ermagora, fino al 1571: in tale anno, infatti, il patriarca Trevisan sentenziò che le eremite, nel frattempo sottoposte alla regola di S. Agostino (Monache eremite recluse nel porticale dei SS. Ermagora e Fortunato di Venezia dell’Ordine di S. Agostino), dovessero ricevere i sacramenti dai sacerdoti del collegio capitolare di S. Ermagora. Le monache si appellarono al Nunzio e il Galassi, suo uditore generale, risolse la questione stabilendo che le religiose dovessero godere degli indulti e privilegi loro concessi dai papi, perché vivevano in un luogo da lungo tempo reputato religioso.

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